sabato 13 settembre 2008

IL PRANZO ERA APPARECCHIATO PER QUATTRO


“Vedi il cruscotto d’avanti ai tuoi occhi ragazzo? Aprilo e passami la bottiglia. Bada a non fare scherzi o le cose potrebbero mettersi male per te e la pollastrella!” disse quell’ uomo venuto dal nulla mentre guidava la sua Eldorado decappottabile del ’72.
Si chiamava Cristo, o almeno così pareva avesse detto. Aveva occhi come piccoli cubetti di ghiaccio, i capelli neri e lunghi, la barba incolta, il sorriso innocente e puzzava di sangue raggrumato.
Leslie, seduto accanto a lui, a mani legate con una corda, esaudì la sua richiesta. Aprì. Dentro il cruscotto c’erano una bottiglia di Buffalo Trace e una Revolver Colt piuttosto vecchia.
Leslie alla vista dell’arma da fuoco spalancò gli occhi.
Pensò di prenderla velocemente e premere il grilletto verso quella testa matta, “Non pensarci nemmeno piccolo figlio di puttana!” fece tagliente Cristo continuando a guardare l’orizzonte d’avanti a se.
Il sole albeggiava sputato dalle colline ardenti del deserto, la radio brontolava Wind Song dei Black Merda, il whisky era quasi finito e l’auto sfrecciando, spariva nella nube di calore.

“Aaaaah! Eccoci qui signori, siamo arrivati!” strillò Cristo fermandosi vicino una piccola e abbandonata stazione di servizio perduta nel silenzio di Dio.
Era nauseante la puzza del fast food diroccato.
Saltò giù dalla Cadillac tenendo in mano il fucile a pompa che aveva tenuto fra le gambe durante il viaggio. Era ilare, aveva nello sguardo qualcosa di assurdamente innocente, come se tutto fosse ordinario. Come il gioco di un bambino.
Andò dritto verso il bagagliaio per aprirlo.
Scarlett aprì gli occhi a stento. Sentiva dolore e formicolio su tutto il corpo, sangue e polvere, ovunque. Non riusciva a respirare. Tossì.
“Ok ragazza l’ora della pacchia è finita, alza quel culo delizioso e vieni fuori. Ho fame. Tu?” prendendola in braccio la tirò fuori. A fatica si reggeva in piedi. Aveva anche lei le mani legate.
Li fece entrare nel fast food. Non si vedeva quasi nulla, poca luce filtrava dalle serrande rotte. Cristo li fece sedere. Apparecchiò la tavola per quattro e s’allontanò inghiottito dal buio. I due ostaggi erano uno di fronte all’ altro. Lei con gli occhi bassi, lui la fissava cercando il suo sguardo, ma niente. Poco dopo tornò quel folle con una coscia di maiale in spalla che rovesciò violentemente sul tavolo. Era andata a male e brulicava di vermi giallognoli. Puntò verso di loro il fucile e disse serrato: “adesso so che voi due vorreste rifiutarvi di mangiare l’ottima pietanza che vi ho portato, ma vedete… è necessario che voi la mangiate per riempirvi lo stomaco.” Scarlett non esitò e nonostante le mani legate dietro la schiena riuscì benissimo a divorare pezzi di quella carne putrefatta. Leslie non riuscì a trattenersi dal vomitare.
Cristo scoppiò in una risata maniacale.
“Cosa cazzo ti dice il cervello fottuto pazzo esaltato!?” gridò Leslie.
“Vedi figliolo, ho bisogno che voi mangiate. Perché chiunque arrivi qui, sarà mio ospite. E non potrei essere così scortese da non offrirgli nulla di buono… mi capisci vero? E poi calmati… siamo solo all’inizio.”



*questo racconto è stato pubblicato precedentemente su scrivetepuglia.blogspot.com per il "gioco oplepiano".

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